Io mica ho capito

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Io mica ho capito cos’è l’ultra trail.
Nel senso assoluto, intendo.
Ho però compreso cos’è l’ultra trail per me. Non che ne abbia fatti molti, ma sono bastati per farmi un’idea.
Cosa ho imparato?

Ho imparato che ad ogni pre-partenza mi sento uno scappato di casa. Uno che non dovrebbe essere lì, in mezzo a tanti atleti veri, con l’attrezzatura giusta, e lo sguardo sicuro.
Io mi cago addosso, lo ammetto. Pensare di correre per 125 km, superando monti e boschi e affrontando il ghigno della notte mi manda in pappa il cervello. Di volta in volta, tuttavia, ho imparato che non è necessario pensare al tracciato nella sua totalità. Io, ad esempio, prendo il concetto di Base Vita alla lettera: vediamo di arrivare lì, in piedi. Poi vediamo, ok?

Ho capito che il giorno nel quale ho comprato uno zaino da trail ho trovato la mia strada. Tabelle, cardiofrequenzimetri, ripetute e minuti al km non facevano per me. Correre e camminare per ore, affrontando i fantasmi della mia anima, sì.

Ho imparato che nell’ultra trail i tempi si dilatano, e che da molte situazioni, con una bella betoniera di sangue freddo un po’ di culo, si può uscire in piedi. Venerdì notte, mentre tentavo di salire su una collina infangatissima e resa liscia dal passaggio di centinaia di concorrenti più veloci di me (ma va?), tentavo di aggrapparmi a radici, ciuffi d’erba. Dietro altri atleti mi superavano quasi scocciati e, pancia a terra, ho visto rotolare la mia frontale giù, fra muschi e licheni. Mi è rimasto il manico di un bastoncino in mano. L’ho osservato trenta secondi, incredulo. Eravamo circa al decimo km. Ho infilzato la parte inferiore nel manico, e il carbonio si è sfilacciato, come una buccia di banana. Però teneva. Ma non poteva funzionare a lungo. Le due parti inferiori, essendo rotto il gancio superiore, ogni tre per due si liberavano come anguille. E il bastoncino riparato alla bene e meglio era più corto di quello sano di circa 20 cm. Un’ora dopo è capitato lo stesso a suo fratello. Ho pensato che la Black Diamond è un’azienda seria. Bastoncini garantiti per tot km. Poi muoiono. Simultaneamente.
Non potevo ritirarmi. L’ultra trail non è una maratona dove alzi la mano, dici “non gioco più” ed esci dalla transenna. Nove volte su dieci sei in un posto dimenticato da Dio. E tanto vale continuare. E io ho continuato. E ho continuato a pensare.
Forse i cerotti che avevo con me potevano riparare grossolanamente i bastoncini. Forse ci vorrebbe dello scotch. Forse ad un ristoro gli angeli in ambulanza potrebbero darmi il nastro bianco, quello per le ferite.
Ecco, ho finito l’Ultra trail degli Dei grazie ad un nastro medicale. Quando ho capito che poteva tenere, quando ho capito che forse si poteva fare, ho cominciato la mia gara. Questo è l’ultra trail. Una follia logica.

Cos’altro ho imparato?
Che delle crisi di sonno bisogna ridere. E di gusto anche. Ho scambiato sassi segnati con lo spray giallo per atleti in difficoltà, alberi per concorrenti che facevano i bisogni. Balise per volontari imbronciati per il freddo della notte. E ogni volta la lucidità di pensare “Ehi, questa volta non sono allucinazioni….questa volta è proprio…ah no…”
Poi passa. E’ la mente che si ribella. Che ti invita a buttarti giù lì, su quel cespuglio, giusto un attimo. E quando vinci la crisi di sonno è come aprire una finestra di una stanza chiusa da anni in primavera. C’è un foglio bianco da scrivere, una nuova storia da raccontare.

Ho imparato che nelle ultra trail si corre molto da soli. E’ inevitabile sulle lunghe distanze. E che avanzando senza vedere anima viva per ore, e con lo stato psico-fisico così provato, si raggiungono livelli di schizofrenia alquanto divertenti. Io, per esempio, mi comporto come Tom Hanks in Cast Away. Mentre corro mi sembra di avere qualcuno alle calcagna, e mi giro continuamente. Mi viene quasi da urlare “Eh sta zitto, Wilson!!”
In realtà è il fruscio del goretex che mi solletica le orecchie.

Ho appreso che un saluto, un gesto di un volontario può fare la differenza. Se devo dare un’immagine del trail penso ad una salita, di notte. In lontananza il suono di un gruppo elettrogeno, che man mano si avvicina. E poi compaiono. Nei loro piumini, con le mani in tasca e saltellanti. Ti chiedono come va. Ti danno un santissimo brodo caldo. Forse va meglio a te, pensi, che almeno ti muovi. Questi sono dei santi e, anche se sfinito, mi sforzo sempre di ringraziarli.

Ho imparato che tutti, su gare del genere, hanno prima o poi problemi. La lunga distanza lo impone. Vesciche, cadute, problemi di stomaco, slogature, crisi di pianto. Quindi i tuoi problemi non sono più importanti degli altri. Non hai l’esclusiva della sfiga, ecco. Si va avanti, come fanno gli altri, ok?

Ho capito che la ricerca bramosa della prossima balisa, quando la mente ti sta per abbandonare, quando sei da solo, è l’unica cosa importante che hai. Perché fare strada di troppo, seppur breve, potrebbe cambiare in un attimo le carte in tavola nella sala giochi del cervello.
E allora quasi scende una lacrimuccia quando fa capolino, su quell’albero. Bella, rifrangente, rassicurante. Svolazza al vento. Di qua, pellegrino. Di qua.

Ho imparato che i gironi danteschi non esistono e, metro dopo metro, il traguardo prima o poi arriverà.

Ho capito che anche un trail di 24 ore può risultare troppo corto per poter sviscerare tutti i pensieri che ho dentro. Se scendi di livello le cose si complicano, e i discorsi da fare tra sé e sé sono parecchi. E l’idea che ti fai su come sarà l’arrivo quasi sempre non corrisponderà alla realtà. Probabilmente non sarà così scenografico come avevi immaginato, forse non ci saranno i Pink Floyd ad accompagnare musicalmente il varco del traguardo. Ma quasi certamente sarà più intimo, più tenero.

E infine ho imparato che questo sport riesce a far affiorare una forza che non avevo idea di possedere. Ti fa toccare il fondo, per poi riemergere e ingoiare boccate di vita.

Io mica ho capito cos’è l’ultra trail.
Ma sono uno studente attento.

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Oggi ho visto due innamorati.
Erano davanti alla chiesa di San Quirico.
Si abbracciavano in silenzio, incuranti dei turisti che passavano a fianco.
Ho guardato le mani di lui. Le sue dita si sono infilate fra i capelli della sua amata, dietro la nuca.
La proteggeva.
Forse le bisbigliava qualcosa all’orecchio. Lei appoggiava la guancia sulla spalla del ragazzo. Aveva gli occhi chiusi e improvvisamente lo ha stretto più forte a sé.
Erano una cosa sola.
C’era una potenza invincibile in quei gesti.
Nulla poteva rompere quel momento e se qualcuno, passando, avesse detto loro che quello sarebbe stato il loro ultimo abbraccio lo avrebbero scacciato. Dopo essersi stretti ancora più forte, gli avrebbero fatto paura.
Questo ho pensato osservando due persone che si amano.

A te che vieni.

Fai un respiro.
Non ti sembra vero, lo so.
Te la immaginavi, ma non così.
Non fissarla.
Butta occhiate e distogli lo sguardo. Si può fare, sai?
Click. Il naso, il piercing.
Click. Gli occhi, leggeremente truccati. Che vorresti baciarli. Baciarle gli occhi, ecco cosa vorresti.
Aspetta.
Click. Le braccia nude. Che è un delitto non averle al collo. Sono come il sole mattutino di giugno, fidati.
Click. Il sorriso. Ok, qui ti concedo un’altra occhiata. So che ne hai bisogno, per crederci davvero. Ti avviso: se ti ci perdi dentro non ne esci più. È un labirinto di fragole.
Ora puoi alzare le palpebre. Lascia che le pupille si avvolgano di rugiada.
Non aver timore, è veramente lì davanti a te.
Ora abbracciala.
Prendile il viso fra le mani e finalmente, con la voce bagnata dall’emozione, dillo.
“Sei bellissima. Bellissima.”

Il Drago

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Mancano due settimane all’Orobie Ultra Trail. Una sconfitta annunciata per me. Tuttavia a volte bisogna partire, nonostante il finale sia già scritto.

Voglio provare a combattere il Drago. Io piccolo, io spacciato. Io con due stuzzicadenti in mano al posto delle spade. Voglio pungerlo su una zampa e vedere, anche se per una frazione di secondo, il Drago strizzare gli occhi.

Poi mi farò mangiare.