A te che vieni.

Fai un respiro.
Non ti sembra vero, lo so.
Te la immaginavi, ma non così.
Non fissarla.
Butta occhiate e distogli lo sguardo. Si può fare, sai?
Click. Il naso, il piercing.
Click. Gli occhi, leggeremente truccati. Che vorresti baciarli. Baciarle gli occhi, ecco cosa vorresti.
Aspetta.
Click. Le braccia nude. Che è un delitto non averle al collo. Sono come il sole mattutino di giugno, fidati.
Click. Il sorriso. Ok, qui ti concedo un’altra occhiata. So che ne hai bisogno, per crederci davvero. Ti avviso: se ti ci perdi dentro non ne esci più. È un labirinto di fragole.
Ora puoi alzare le palpebre. Lascia che le pupille si avvolgano di rugiada.
Non aver timore, è veramente lì davanti a te.
Ora abbracciala.
Prendile il viso fra le mani e finalmente, con la voce bagnata dall’emozione, dillo.
“Sei bellissima. Bellissima.”

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Il Drago

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Mancano due settimane all’Orobie Ultra Trail. Una sconfitta annunciata per me. Tuttavia a volte bisogna partire, nonostante il finale sia già scritto.

Voglio provare a combattere il Drago. Io piccolo, io spacciato. Io con due stuzzicadenti in mano al posto delle spade. Voglio pungerlo su una zampa e vedere, anche se per una frazione di secondo, il Drago strizzare gli occhi.

Poi mi farò mangiare.

Non c’è niente di più potente.
Tutto si annichilisce al cospetto. Parole comprese.
C’è una forma primitiva nell’amore, un istinto puro. Bianco.
Lo stupore dell’uomo che ha scoperto il fuoco. Quello sguardo, bambino, che raccoglie tutti i libri, le poesie, le gesta che hanno attraversato questa Terra.
Come si può comandare questo? Chi è in grado di lasciarlo sedimentare, di metterlo su un comodino?
Io non ce la faccio. Mi siedo davanti al fuoco, e lo osservo. Aspettando che si cheti, che le scintille smettano di ballare e le fiamme si adagino.
Illuso che il calore che sento sulla pelle bruciata si attenui con il calar della notte. Scoprendo poi che l’energia dell’amore, l’energia vera, risiede nelle
braci, che vinceranno la notte.
Braci nelle quali scorre tutto e sulle quali basta un alito di vento per renderle capaci di incendiare il mondo.

Forse è questa la linfa del mondo. Ciò che chiamiamo vita.

Non esistenza, vita.

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Mvf

Palermo-Agrigento.

Attraversando la Sicilia rurale.

Ho cercato il Cammino nelle prime luci dell’alba, assonnato.

Per centinaia di volte ho alzato lo sguardo per sbirciare la salita assolata, per poi abbassarlo sulle scarpe ormai bianche di polvere.

Ho parlato con cavalli, mucche.

Ho corso inseguito da cani, ne ho accarezzati altrettanti. Ho camminato con loro.

Ho salutato contadini, anziani. L’ho fatto di persona, oppure con un cenno ricambiato da trattori o automobili degli anni 70.

Ho spiegato loro cosa stessi facendo e, sempre, mi hanno regalato un sorriso a volte dolcemente sdentato.

Sono entrato nei bar più vecchi dei paesini, con un sonoro “Buongiorno!” Ho sogghignato  vedendo gli iniziali sguardi scrutatori trasformarsi  ben presto in sorrisi curiosi.

Ho imparato che in Sicilia con il caffè danno l’acqua alla spina.

Ho conosciuto compagni di viaggio splendidi e ho condiviso con loro parte di me.

Ho accettato di buon grado gli aspetti che si possono migliorare, comunicandoli, quando possibile, ai referenti dei paesi dove arrivavo.

Ho conosciuto i ragazzi che hanno creato la Magna Via Francigena, partita solo un paio di mesi fa e già così matura.

Sono stato coinvolto dell’enorme energia di questi ragazzi che ci credono. Credono nel loro territorio, nelle grandi potenzialità di riscatto, nel futuro della Sicilia. E che non se ne andranno.

Sono stato ricevuto, ospitato, coccolato.

Mi sono sentito protetto.

Ho abbracciato con puro affetto chi mi ha aperto la casa con fiducia, non sapendo nemmeno il mio nome.

A tavola ho goduto di sapori che non ricordavo. Ho riso con chi mi prendeva in giro per le mia scelte alimentari.

Ho bevuto fiumi di birra. Ingurgitato granite e granulose con ingordigia, con relativo mal di testa.

Ho visto una nuvola. Una. È durata un quarto d’ora. Ho sofferto tanto caldo.

Ho avuto sete.

Ho pianto.

Ho visto distese infinite di giallo, verde e nero. Ho camminato sempre con l’azzurro del cielo all’orizzonte.

Ho ingoiato infinite volte la paura. La paura che al mio Amore, in viaggio, potesse capitare qualcosa di brutto. Ho sentito che la amo, ancor più di quanto credessi. Ho gioito per lei.

Ho fatto forza, e ne ho ricevuta. Sono cresciuto, ho imparato.

Ho fatto a pugni con le mie eterne debolezze.

Ho pensato al mio futuro.

Ho guardato le stelle, e ho parlato con chi mi è stato portato via.
In fin dei conti, ho vissuto.
Sulla Magna Via Francigena.

Giotto il Lupacchiotto sulla Magna Via Francigena

Trentatre trentini entrarono in treno…Ops!

Trentatre trentini trenarono…Mannaggia!!

Tutti trentatre tr..trotte…trotterellando!

 

Giotto il Lupacchiotto tirò un calcio ad un sasso e continuò a camminare. Una lucertolina, vedendosi questa enorme pietra venire addosso, scivolò via veloce come…come una lucertolina!

Il sole era di un giallo che Giotto il Lupacchiotto, ne era certo, non aveva tra la collezione di pastelli a cera che teneva in cameretta, a casa. E sì, pensava, che di pastelli a cera ne aveva mille milioni, ma un giallo così, doveva ammetterlo, gli mancava. Al suo ritorno, pensò, doveva andare alla Cartoleria di Dentone il Castoro per cantargliene quattro: non c’erano tutti i colori del mondo in quella scatola, proprio no!

Giotto il Lupacchiotto svitò la borraccia e bevve l’ultimo sorso di acqua disponibile. Era calda come la tana di un tasso. E alla meta del giorno mancava ancora tanta strada. Deglutì e continuò a camminare, guardando intorno a sé il paesaggio arido. La vecchia zia volpe lo aveva avvertito.

– In Sicilia, durante la stagione estiva, fa molto caldo! –

– Come qui in Abruzzo zia Volpe? – aveva chiesto Giotto il Lupacchiotto.

– Oh, cucciolotto mio. Molto, molto di più! –

Giotto il Lupacchiotto non si era fatto scoraggiare, ed era partito alla scoperta di questa Magna Via Francigena. Il suo compagno di scuola Pasquale il Cinghiale gli aveva fatto una coda così, a forza di parlarne! Pasquale il Cinghiale era tornato entusiasta da questo cammino nella lontanissima Sicilia e Giotto il Lupacchiotto promise: quest’estate ci andrò anch’io! La mamma lo apostrofò che poteva essere d’accordo, ma solo se fosse stato promosso a scuola e avesse portato a casa un bell’otto in Scienza dei funghi e delle ghiande del bosco. Giotto il Lupacchiotto studiò moltissimo, facendosi aiutare da Capriccio il Riccio, e in Scienza dei funghi e delle ghiande prese addirittura un nove! Tutta la classe applaudì quel giorno, persino la Puzzola Maestra!

Ora però Giotto il Lupacchiotto, dopo giorni di cammino, era proprio stanco. E la sete bussava alle sue labbra sempre più forte. Che bello, pensò, potersi buttare nel fiume sotto casa mia, in Abruzzo! Quello sì che è freschino!

Mentre avanzava guardando tristemente le zampe impolverate e gonfie, sbatté il nasone contro un cartello:

“Benvenuti a Prizzi”

Per mille grappoli d’uva! Era arrivato!

Giotto il Lupacchiotto fece un balletto gioioso, concludendo con il gesto di esultanza del campione di atletica del bosco, Usain Wolf!

Prizzi! Che nome buffò, pensò. Ricorda qualcosa da mangiare di buonino! Ecco, disse tra sé e sé Giotto il Lupacchiotto, vorrei un vassoio gigante di Prizzi alla mozzarella! Il suo stomaco acconsentì brontolando così rumorosamente che l’eco arrivò in fondo alla valle, svegliando le marmotte che poltrivano davanti alla tv.

Giotto il Lupacchiotto entrò quasi strisciando a Prizzi, dopo aver affrontato l’ultima e interminabile salita.

Pensò se desiderasse prima farsi una doccia, poi bere e infine mangiare. Oppure se voleva prima bere, poi mangiare e quindi lavarsi. Decise che se fosse comparso il genio della lampada avrebbe chiesto di fare tutte e tre le cose contemporaneamente!

Entrò in paese, e solo il rumore dei suoi passi e i ticchettio del suo bastone riecheggiavano nella via. Tutto era silenzioso, i negozi chiusi. Non c’era anima viva, né per le strade, né nelle case. Continuò a seguire i segnali bianchi e rossi del cammino che, pensava Giotto il Lupacchiotto, forse lo avrebbero portato nella piazza principale del paese. Forse lì ci sarà un bar, si augurò!

Gira a destra, curva a sinistra. Sali per quella gradinata, svolta in quel vicolo.

Una bella piazza soleggiata si presentò davanti a Giotto il Lupacchiotto. C’era proprio tutto: il Bar delle Castagne, lo Coiffeur Pelo Ok, il supermercato CodaLunga, Consulenze Psichiatriche dottor Picchio. Tanti negozi, ma nessuno nei paraggi.

Giotto il Lupacchiotto si sedette sul marciapiedi, tolse lo zaino e sentì gli occhi inumidirsi. Era stanco, affamato ed assetato. Che ci faceva lì? Perché tutti erano andati via? Quanto era lontano e bello il suo Abruzzo?

Proprio mentre una lacrima stava per lasciare il suo occhio sinistro, per scivolare poi sulla guancia pelosa, si sentì una voce brillante urlare:

Tre..due..uno…

SORPRESA!!!!

Da ogni angolo della piazza uscirono i personaggi più vari! Chi con un cappello festoso, chi con una trombetta. Qualcuno con il naso da pagliaccio al naso.

Istrici, lepri, fagiani. Pettirossi, scoiattoli, cicale. Pure un camoscio!

Bravo!!! Benvenuto!! Viva Giotto il Lupacchiotto!! Viva il pellegrino!!

Un gufo, con tanto di fascia tricolore ed occhiali, si avvicinò a Giotto il Lupacchiotto e solennemente chiese: “La Credenziale per favore”.

Giotto il Lupacchiotto la prese dallo zaino e gliela pose. Uno stupendo timbro color aurora si stampò nella casella.

“Benvenuto nella comunità di Prizzi, caro amico.” disse il sindaco gufo porgendogli la mano..cioè l’ala!

Giotto il Lupacchiotto ricambiò il saluto e da quel momento cominciarono una serie di splendide sorprese, che lo accompagnarono fino alla tarda sera.

Una doccia meravigliosa al profumo di more, acqua fresca di fiume a volontà, decine di piatti di cibi buonissimi e diversi tra loro, preparati personalmente dai cittadini di Prizzi.

Giotto il Lupacchiotto si coricò sereno. Anche quel giorno sul cammino era trascorso felicemente.

Si addormentò, sognando la Magna Via Francigena e il giallo unico della Sicilia.

Quel giallo che gli mancava. Perché tutti, ma proprio tutti, siamo alla ricerca di nuovi colori.

Beta

  
    CAPITOLO I

Undicimilacinquecentoventi. 

La targhetta del prezzo non si dà arie, nonostante ne abbia tutto il diritto.

Se ne sta lì, come un Premio Nobel della Letteratura al bar che fischiettando sfoglia la Gazzetta.

Devo ricordarmene alla prossima cena fra amici. Da quanto non lo faccio?

-Qual è il prodotto del supermercato che costa di più al chilo?-.    Ecco il maschio ruspante che azzarda subito una carne raffinata, subito ricondotta a saggezze gastronomiche discutibili e tenute a galla dall’immancabile Guida del Gambero Rozzo, sempre a disposizione nel porta oggetti della portiera, lato guidatore. Probabilmente un orecchio sul capitolo -Toscana: terra di cinghiali.-

Dall’altra parte del tavolo una novella sposa scuote il capo e sentenzia. I funghi porcini comprati la settimana precedente, e finiti poi nel piatto del sublime risotto del marito, pesano poco e costano l’ira di Dio. Nuove economie domestiche l’hanno convinta ad ordinare, tramite la zia, un pacco da trecento grammi da Bassano del Grappa. Il marito annuisce e tenta di scacciare dalla mente il ricordo della cucina della mamma, ma non gli riesce: certe immagini si incollano all’anima, come i chicchi del riso coniugale sulla fondina.

Mi figuro un rullo di tamburi e lo butto lì: -Zafferano. Può costare anche dodicimila euro al chilo-. Un terzo concorrente, che stava controllando lo smartphone, alza un attimo lo sguardo, con un’espressione di chi la sa lunga e non ha partecipato per non ammazzare sul nascere il gioco.

Lo zafferano è l’unico prodotto del supermercato che dobbiamo andare a chiedere al banco centrale. Non alle casse, come delle banali lamette da barba. Al banco centrale, in tutta la sua autorevolezza. Ci si avvicina, si richiama l’attenzione dell’addetta che tradizionalmente è al telefono. La divisa è apparentemente elegante, ma da un’attenta analisi il tailleur blu risulta scolorito. La targhetta identificativa che pende dalla camicetta troppo panna ha una bella foto, e il sorriso denota entusiasmi da primo giorno di lavoro, ora scemati in ricerche on line di posizioni aperte davanti alla tazza di caffè latte.                               La targhetta ci conferma che c’è un filo sottile ma robusto tra il viso di una persona e il suo nome. Tutte le Roberta che abbiamo conosciuto hanno qualcosa in comune.

Con eleganza foderata da una certa fierezza, quasi bisbigliamo: -Mi può dare lo zafferano?- Poco importa se rispondiamo con la marca più economica alla domanda sulla tipologia dell’oro rosso che intendiamo portarci a casa.         Roberta ci sorriderà comunque. Non ha fretta e aspetterà paziente il principe azzurro, che sceglierà senza esitare lo Zafferano Leprotto.

Cerco il reparto del latte.                  Faccio spesa all’Esselunga da ormai un anno, ma non mi sento ancora a mio agio. I prodotti freschi di qualità e i prezzi concorrenziali mi hanno convinto a non badare a scelte quanto meno discutibili sulla logica del posizionamento merci nelle varie corsie. E allora vada per i calzini a fianco dello yogurt e al the verde sopra le pentole in ceramica.

Comprare all’Esselunga è un’esperienza.    Niente radio autogestita, nessuna musica di fondo. I continui annunci interni, urlati ed furenti, non lasciano spazio ad altre note.   La frenesia di un esercito di addetti posiziona articoli sugli scaffali. Li schivo tra bancali, carrelli, ansia ed eccitazione.
Il latte di soya costa.                     Cerco le marche ormai consuete, che difendono affannosamente a spada tratta palato e portafoglio.                                       Evito il vaccino non tanto per la mia scelta vegetariana, ma per non incappare in quei momenti imbarazzanti del martedì mattina, presso un cliente. Una goccia di sudore scende innocente, ma il gioco ormai è fatto.            Occhiate veloci cercano la porta giusta e uno sguardo apparentemente vigile non convince l’interlocutore.                                       -Sono totalmente d’accordo con lei. Un bagno?-

Dove avrò lasciato il carrello? Nella corsia zucchero e libri? O forse nel reparto cereali e piante da giardino?                          Zigzagando fra offerte e punti Fragola tiro il freno a mano in prossimità di -Carni Bianche-. Davanti al frigo un paio di Diesel accarezzano gambe di chi sta scegliendo tra ex pennuti.    I capelli cadono sulle spalle e coprono di caffè la magliettina rosa Benetton.

Il sedere trova ulteriore giovamento dalla postura leggermente flessa in avanti.           Non resisto. Avanzo a piccoli passi. Mi affianco indifferente, sulla sua sinistra.     Allungo la mano, e le accarezzo il culo.     Con ingenua delicatezza.

Si gira di scatto, facendo un balzo all’indietro. Poi, rossa in viso, mi da quello che doveva essere un buffetto, ma che fa un pochino male alla guancia. -Brutto scemo! Non ti avevo visto!- sorride mentre riprende il suo colore naturale, tinta che fa da sfondo a due gemme azzurre. 

-Pensavi fosse un pollo con gli ultimi spasimi ormonali?-. Mi piace burlarla e non sono affatto un vegetariano integralista.   -Smettila! Sto pensando a cosa cucinare per la cena di giovedì…- 

Elisa cerca etichette esplicative, scrutando la confezione in lungo e in largo.              

-Ah certo…la cena di giovedì. Come dimenticarla?- sorrido innocente mentre mi accarezzo la barba.                                   -Certo che hai una memoria di gallina, senza offesa per chi abbiamo qui davanti. Giovedì vengono da noi Lia e Max, e probabilmente pure Katty e Paolo, ricordi?-                      Di etichette, di quelle chiare, nemmeno l’ombra.                                         

-Lo ricordo come un bambino ricorda l’ultimo ovetto Kinder. Tant’è che ho già programmato la settimana: uscirò a correre lunedì, mercoledì, sabato e domenica- dissi contando quattro dita della mano.     -Il Carpe Diem per te è un must, vero? Comunque, io proprio giovedì avrò gli scrutini e non so a che ora la preside mi mollerà. Dovrai darti da fare sui fornelli.- sbuffa Elisa.    -Ma come? La Rampinelli ti ha dato buca ancora?-     -Lo sai, quando si tratta della quarta elementare lei si sfila come un serpente tra le rocce.-    -Ok, stai tranquilla. Penso a tutto io. Ovviamente i cadaveri ovini non saranno di mia competenza-. Strizzo l’occhio.                 -Uff, e ti pareva. Dove diavolo è prodotto questo pollo?!-

Il cassiere discute della difesa del Napoli con il cliente che ci precede. De Laurentis si deve svegliare, la difesa, la Champions League. Vuole i sacchetti? No grazie, ma ho sei bottiglie di Vitasnella. Gliele devo passare? No, non è necessario. Vitasnella ha detto?

Mentre imbustiamo Elisa si picchia il palmo della mano sulla fronte.                      -E che si mangia questa sera? Abbiamo preso un sacco di roba e nulla per questa sera!-                      -Non è cominciata ieri la festa del paese? Non possiamo mangiare lì?- propongo cercando senza speranza un posto nelle borse alla pizza surgelata.

-Ah, ok. Vada per la cena romantica con mazurka di sottofondo a Solza allora..- accetta Elisa, mentre fruga in una borsa profonda come un buco nero.

Di nuovo la stessa scena. Dopo tre mesi.    -Lascia Elisa, pago io.- dico bloccandole il braccio.           -Eh no, l’ultima volta hai pagato tu…-       Elisa porge il bancomat al cassiere, ancora sconcertato per la partita persa con l’Atletico Bilbao. 
Ancora una volta evitiamo di guardarci. E di affrontare il discorso.

Per ora va bene così.

O no?

CAPITOLO II

-Piccola o pinta?-       Domanda banale quando si tratta di Guinness. Pinta, obviously.  

-Quando sei tornato?-                       Marco preleva una piccola quantità di salatini. Quei piccoli bastardi mi fissano.           

-Ieri sera, dopo un viaggio atroce. San Paolo-Parigi tutto bene, puntuali. Parigi-Malpensa il delirio. Sciopero dei controllori.-       -Porca miseria! A che ora hai toccato il letto?- dico prendendo dal borsello il necessario per farmi una sigaretta.                 -Il letto? Alle cinque, ma praticamente non ho dormito. Alle sette è suonata la sveglia. Sai che gli frega al mio capo degli scioperi? Questa mattina ha voluto subito il resoconto dei risultati del mio viaggio in Brasile.- risponde scocciato Marco accendendo in un baleno una Camel vecchio stile, mentre io ancora sto cercando i filtrini.                             -E ovviamente tu l’avrai smerdato con cifre e numeri.-                                      La sigaretta è accettabile e, lanciando uno sguardo di sfida ai salatini, l’accendo. Non mi avrete.                                      -Certo. Ho portato a casa più ordini io in questo viaggio che suo figlio in un anno. Ma mica ti danno la soddisfazione…- borbotta Marco attirando l’attenzione della cameriera. Sì, le due Guinness sono per noi.

Marco è il pistolero più veloce del West.      O per meglio dire, il pago io più veloce del West. Sto sfilando il portafoglio dalla tasca e lui è già bello e pronto con i soldi in mano.        La cameriera li prende volentieri, soprattutto perché corrispondono alla cifra da pagare. 

Sbuffo.

-Dopo ne beviamo un’altra, non hai scuse. Quindi ora un po’ di relax? Non sei stufo di aerei, vendite e cene in giro per il mondo?-   La Guinness deve riposare ancora un po’. E’ la regola.      Il tavolo esterno è zeppo di scritte e nomi intagliati.                                   -Relax? Parto venerdì per la Danimarca!- risponde Marco bevendo il primo sorso impaziente.                                  La Guinness si sposa bene con il buio della sera estiva e il rumore dei motorini guidati da studenti neo vacanzieri non dà fastidio.     Per il momento.                             

-Ah, non me l’avevi detto che saresti andato da Hanne.-             -Ho trovato un volo Ryanair a 19 euro e l’ho prenotato. Giusto un week end. Why not?-

Spengo la sigaretta e applaudo. -Mitico. Fai benissimo. Vanno bene le cose fra voi, vero?-   Marco prende una manciata di mini bretzel e li porta alla bocca alzano il collo al cielo.   -Sì, devo ammettere di sì. Per ora questa formula funziona. Ci si vede appena è possibile e ci si sente tutti i giorni in Skype. Vedremo poi come si evolveranno le cose. Piuttosto, a te come va con Elena?-

Mi dichiaro sconfitto e prendo una nocciolina. Una sola.                                    -Non lo so. Mi piace un sacco, lo sai. Ma ormai sono passati alcuni mesi da quando abbiamo deciso di cambiare marcia al nostro rapporto ed entrambi, anche se non ce lo diciamo, facciamo fatica ad entrare nell’ottica.-             Sbucciare una nocciolina non è un’impresa semplice.

-Siete ancora in quella fase? Viene a dormire da te solo qualche volta?- chiede Marco dando una bella mazzata alla Guinness, fedele alla schiuma fino all’ultimo.

-Sì, due o tre giorni a settimana. Sai, non siamo vecchi ma a questa età ognuno ha le sue abitudini, e l’esigenza di starsene un po’ per i fatti suoi. E’ come se fossimo mano nella mano davanti ad una linea e aspettassimo che l’altro faccia il primo cenno di balzo. E il balzo non arriva. Abbiamo le gambe piantate a terra, ecco.- rispondo cercando di portarmi a pari sul livello della pinta.

-Per te, poi, così maledettamente abitudinario è ancora più difficile, vero?- chiede alzano le sopracciglia Marco.

-Forse. Io ho le mie cavolo di paranoie sportive e tutto il resto, ma credo che a conti fatti il problema esista anche per Elisa. E’ una ragazza forte, indipendente, con molti amici. A proposito: volevamo invitarti ad una cena da noi giovedì sera ma a questo punto immagino tu non possa venire. Parti venerdì mattina presto, vero?-. La cameriera non fa caso al mio cenno di attenzione mentre sfila tre tavoli più in là.

-Infatti, ho l’aereo alle sette. Ringrazia Elisa da parte mia. Chi ci sarà?- Marco è più fortunato e la ragazza con un gesto ci assicura che sarà da noi appena possibile, sicuramente non prima di aver riportato all’interno del locale i rimasugli di quella pizzata di fine stagione del Calusco Calcio.

-Lia e Max. Forse Katty e Paolo.-

-Quel Paolo di cui si parla tanto al bar?-   domanda Marco mentre, come d’incanto, si accorge di aver ancora gli occhiali da sole sulla testa.                                      -Proprio lui, il compagno di Ketty, l’amica d’infanzia di Elisa. Altre due Guinness. Sì, pinte. Grazie-

Marco chiude gli occhiali da sole e li appoggia sul tavolo. Si porta le mani alla faccia e apre uno spiraglio sull’occhio destro tra l’indice e l’anulare.     -E’ vero quello che si dice?-

Prendo un’altra spagnoletta e la apro. Uno dei due gusci è desolatamente vuoto. -Tutto vero. Questo fa avanti e indietro da Lugano.-

-Incredibile. E l’amica di Elisa non sospetta niente?-    -No, lei è contentissima e convinta di stare con un bravo ragazzo. Forse Elisa giovedì le parlerà.- Pago la cameriera che scambia i bicchieri vuoti con due dublinesi fresche fresche.  -Non sarà facile dirle che sta con un puttaniere. Ma se le vuole bene dovrà farlo. Non c’era anche una mezza idea di andare in vacanza tutti insieme?- 

-Se n’è parlato, soprattutto con Lia e Max. Sai, loro sono ok.- Apro un’altra nespola e un’arachide parte, catapultata verso il tavolo accanto. -Comunque era solo un’idea e io dovrò vedere come sarò messo al lavoro in agosto. Forse dovrò far partire alcuni programmi su un cliente importante…-

-E forse non sai come sarà fra te ed Elisa fra due mesi, dico bene?-

Questa volta tirai un sorso deciso, e l’amaro della Guinness lasciò poco spazio alla liquirizia.

-Dici bene. Tu dici sempre bene.-

CAPITOLO III
-E i Ringo?- chiedo sventolando il pacchetto nero bianco rosso.

-Sotto la televisione, nella credenza- indica la mamma mentre appoggia la borsetta sul divano.

-No, intendevo: per chi sono i Ringo?- ripeto.

-Per tuo padre. Li mangia per merenda- sorride la mamma portandosi le mani ai fianchi.

-Ah, il signorino. Qui sotto?-. La credenza conteneva, fra le tante cose, almeno altri quattro tipi di biscotti.

Rimango sempre esterrefatta dalla quantità di cibo presente nella casa dei miei. Probabilmente è una caratteristica intrinseca di quella generazione, che l’ha vista brutta in tenera età ed ora trova il suo riscatto sociale rimpinzando frigo e dispense.

-Che te ne fai di altri quattro pacchi di caffè? Con quello che c’era già potresti aprire un bar- chiedo cercando il posto per ulteriore Lavazza Qualità Rossa.

-Eh, era in offerta! Tu non l’hai preso?- mi interroga severa la mamma. 

Scuoto la testa e infilo la mano in una delle cinque borse colme di spesa. Mi astengo dal chiedere che ci fa la mostarda a giugno.

Sorrido sui Crodini. Credo che esistano prodotti destinati ad estinguersi nel prossimo futuro: non conosco personalmente nessun essere umano con meno di quarantadue anni che abbia comprato una bottiglia di Fernet Branca. O di Panforte Sapori. 

Il tonno non poteva mancare. Ovviamente formato famiglia. Quelle confezioni da otto, presentate in un assurdo pacco esagonale. Non può starci.

Tentenno e la mamma se ne accorge.

-Il tonno in frigo!-

Eccola. 

Ecco la questione. Il tonno va in frigo o no?

-Mamma, quando l’hai comprato era in frigo, all’Esselunga?- chiedo appoggiando l’astronave con pinna gialla sul tavolo.

-Ehm, no. Credo di no. Ma che c’entra? Il tonno è sempre andato in frigo!-. 

Faccio per ribattere, poi mi dico che ad una certa età sono meglio abitudini scorrette che rivoluzioni.

I cassetti di frigo mi guardano con speranza. Forse questa ragazza può salvarci e svuotarci un po’? 

Macchè. Spingi dentro il tonno, sopra carote e scorte di dadi da campagna di Russia.

Il contenitore dei formaggi, che occupa completamente un piano, offre una vasta scelta di stagionatura e origine. Il menir di parmigiano è collocato naturalmente a parte. 

-Dovrei portarti le zucchine dell’orto dei genitori di Luca. Me ne stanno dando a quintali e se ne mangio ancora mi spunta un fiore giallo fra i capelli- dico mentre osservo meravigliata un barattolo di salsa cocktail. L’ultima volta che ne avevo visto uno era probabilmente il 1989.

-Oh, che gentili i genitori di Luca. E che bravi! Tuo padre al massimo riesce a coltivare la salvia. A proposito, come stanno?- chiede la mamma sbucciando tre patate.

-Bene, a parte qualche acciacco. Li ho visti due domeniche fa. Sempre cortesi e carini. Ora dovrebbero partire con i pensionati per il mare.-

-Sono una coppia bellissima. Hanno lavorato una vita e ora si godono la loro casetta- sorride la mamma tagliando le patate a fette di un centimetro circa. 

-Me li saluterai, vero?-

-Certo, non appena torneranno io e Luca andremo sicuramente a pranzo da loro. Che stai preparando per pranzo?-. Mi avvicino alla mamma e sbircio il tagliere abbracciandola da dietro.

-Patate in insalata e bistecca di vitello.- risponde la mamma accarezzando una mia mano che la cinge sul petto. -Sempre che tuo padre decida di ritornare ad un orario decente. Sai, oggi è giornata di donazione collettiva per l’Avis di Calusco e lui deve organizzare il tutto.-

-Vincerà il premio di volontario dell’anno…Uff, visto quello che c’è nel frigo pensavo cucinassi penne al salmone e salsa cocktail.- sogghigno.

-Macchè! Quei piatti li facevo trent’anni fa!- ribatte la mamma liberandosi con grazia dal mio abbraccio.

-Appunto. Un bel revival di cucina anni ottanta, no?- ridacchio aprendo il frigo e mostrando l’orgoglioso barattolo di salsa cocktail.

-Degli anni ottanta mi mancano altre cose: la mia giovinezza, una figlia meno impertinente, e i consigli comunali- sospira lei.

-Ma dai! Ma se quando ero piccola non facevi che lamentarti del tuo ruolo di sindaco di Calusco! ‘Mai più!’ ripetevi.-

-Lascia perdere quello che dicevo, in realtà sono stati gli anni più felici della mia vita- obiettò la mamma fermandosi con il coltello a mezz’aria.

Le bistecche di vitello era a scongelare in un piccolo vaso di vetro. -Che dici, ne vuoi un paio da portare a casa? Per questa sera, così non ti devi inventare nulla.-

-Certo, e magari a Luca cucino per dessert una bella torta di sangue, no?- replico.

-Oh, me ne scordo sempre. Quel povero ragazzo dovrebbe mangiare un po’ di carne: è sempre così pallido. Un po’ di prosciutto?-

Chiudo il frigo e mi siedo sulla poltrona. La Clerici cucina e mangia. Soprattutto mangia.

Faccio zapping quasi inconsciamente. RaiNews e la guerra in Iraq, Rete4 e la signora in giallo. Italia1 e i Simpson. Il pessimismo cronico del meteo Lombardia di rai3.

La mamma mi si siede accanto sfregandosi le mani con un panno. -Ho detto qualcosa che non va? Scherzavo sul prosciutto, sai?-

Canale5 e il Tg5 arancione-blu. La7 e il commissario Maigret. TvBergamo e la pubblicità dei materassi.

-Elisa, c’è qualcosa che non va con Luca?-

CAPITOLO IV

Il Cannonau Jerzu è andato.

Vedo Luca che alza il bicchiere, decantando colori e profumi della speciale riserva 2008. 

Lo avevamo comprato per la cena, ma tre maschi intenti a curare le braci di una griglia regrediscono ben presto a stadi eno-primitivi.

Massi assaggia e sorride. Non aggiunge altro e cerca con lo sguardo, oltre la porta finestra, Lia. La fidanzata gli fa l’occhiolino, senza interrompere il taglio dei pomodorini. Arrossisco e abbasso lo sguardo sul mio cous cous: Massi si è accorto della mia intrusione nel loro intimo momento.

Paolo gira un’ala di pollo sulla griglia, poi prende l’Iphone 6 e fa una foto all’etichetta del sardo. L’app Vivino condividerà con milioni di beoni del mondo il momento.
Due squadre. 

Noi in cucina, intente a preparare i piatti più laboriosi. Loro in giardino al fuoco, e il latitare di rutti è solo questione di tempo e di tasso alcolico.

-A Paolo non piace molto il piccante, vero Ketty?- chiedo per pura cortesia, considerato che ne ho già messo in abbondanza nelle verdure in cottura.

-Beh, se stai parlando del tuo cous cous la risposta è no: Paolo non ama il piccante. A letto invece cambia immediatamente idea…- sogghigna Ketty tagliando le mele in pezzettoni evidentemente troppo grossi.

Io e Lia ci scambiamo uno sguardo fugace.

Con un movimento di labbra compone un -Diglielo!- inequivocabile. Sbarro gli occhi e faccio roteare l’indice sull’asse orizzontale. -Dopo!-

Lia per evidenziare il suo disappunto taglia una carota con un ritmo da sushi-chef, e dando colpi di coltello esagerati sul tagliere. Tac!Tac!Tac!Tac!

Ketty chiude l’acqua del rubinetto e scola il radicchio verde. -Che c’è ragazze? Perchè vi siete ammutolite?-

Fortunatamente Luca irrompe all’improvviso dalla porta finestra. Con fattezze da fuciliere d’assalto ci punta la bottiglia vuota di Jerzu. -Su le mani! Se non ci date vino noi maschi faremo le puzzette a tavola!-

Scemo è scemo. Ma uno scemo provvidenziale.
-Vuoi altro pollo Paolo?- Lia solleva la bacinella con alcune alette rimaste e mi schiaccia l’occhiolino. Comincio a sudare.

-No grazie, sono quasi pieno. E poi sono certo che il mio amore avrà preparato una macedonia sufficiente a sfamare la Bielorussia.- 

Ketty arrossisce, appoggia la forchetta sul piatto e la sua guancia sul petto di Paolo. -Come hai fatto ad indovinare? Sarà forse il tuo spirito solidale?-

Luca e Massi sono già abbastanza ubriachi per permettersi di non ascoltare minimamente. Eccoli che stanno aiutandosi a vicenda per aprire il Merlot di Tassodine.

-Sapete? Paolo fa volontariato-.

Massi è seduto e tiene ferma la bottiglia, mentre Luca sta litigando con il cavatappi.

-Ogni quindici giorni va in un centro di accoglienza per giovani immigrate dell’est, scappate dalle guerre e da governi tiranni.-

Lia rovescia il bicchiere mezzo pieno di Dolcetto d’Alba e mi fissa, inebetita.

-E’ vero amore? Dai, non fare il modesto! Racconta quanto ti piace fare del bene.-

Luca tira, ma il tappo non vuole sapere di abbandonare la sua amica di vetro. Faccio un lungo sorso di Dolcetto e prendo un bel respiro.

Paolo cerca di sviare: -Ketty, sai come la penso.. Il bene si fa, non si racconta..-

Apro la bocca. Muovo la lingua. Do aria alle tonsille. Lia mi fa segno di colpire chiudendo i pugni.

-Ketty. Guardami. Quelle non sono esattamente bambine indifese dell’est…-

Paolo tira indietro la sedia e si fa più bianco del Franciacorta di inizio pasto.

Luca invece è paonazzo: sta quasi per vincere la sua guerra con il tappo del Merlot, e Massi lo incita :-Dai! Ancora un po’! Tutta la curva è con te!!-

-Che intendi dire Elisa?- chiede Ketty lasciando la mano ghiacciata di Paolo.

-Ketty…Paolo va…Paolo va….-

-Dove? Dove va Paolo, Elisa?-

Lia è pronta al finimondo e morde il tovagliolo.

-Paolo va….-

PUM!! Il tappo del Merlot è uscito!! Luca e Massi si abbracciano come vecchi commilitoni!

-KETTY!!! PAOLO VA A PUTTANE A LUGANO!!!-

CAPITOLO V
La macedonia pesa un paio di chili. Kiwi e banane mi fissano, cercando di capire.

-C’è qualcosa che non va in noi? Siamo forse acidi? O troppo maturi?-

Vai te a spiegare a spicchi di frutta il casino che è successo questa sera. E chi se la ricordava la macedonia?

Copro con della pellicola il contenitore. Per ora va in frigo. Domani vedremo se spedirla in Bielorussia.
Elisa chiude la lavastoviglie, ma non l’accende. E’ tardi e non vuole disturbare gli inquilini. Sbatto la tovaglia fuori e guardo le ceneri nel barbecue. Si stanno spegnendo e quasi potrei toccarle senza bruciarmi. La griglia è ancora a terra, e sembra ancora avere il batticuore, dopo essere stata scaraventata da Ketty sulla schiena di Paolo.
-Faccio una tisana?- 

Elisa non risponde, intenta a sistemare le bottiglie di vino vuote.

-Eli, vuoi che prepari una tisana?-

Si volta, ha lo sguardo perso e gli occhi lucidi. Accenna un timido no con la testa, ed esce dalla stanza trascinando le pantofole.
-Dormi?-

-Sì-

-Spiritosa. Senti, so che non è stato facile, ma dovevi farlo. Ketty è la tua migliore amica, e a parti invertite avrebbe fatto lo stesso.

Ora la aspetta un periodo orrendo, ma poi vedrai, rinascerà come un fiore. E poi dai…con Paolo il puttaniere!-

Elisa non si gira. Respira e le scapole si aprono e chiudono con grazia a ritmi regolari.

Uno…due. Uno…due. 

Uno..due. Uno..due. 

Uno,due. Uno,due. 

UnodueUnodueUnodue!

-Eli!! Perchè piangi? Vedrai! Ne uscirà! Anzi, sai che ti dico? Un periodo da sola le farà bene.-

Elisa prende un fazzoletto da sotto il cuscino e soffia il naso, sempre dandomi la schiena.

-Perchè fingi di non capire?- sussurra appena i respiri riprendono il posto dei singhiozzi.

-Capire cosa?-

Il suo cellulare si illumina sul comodino. La batteria è carica.

-Io non la compatisco. Io la invidio.-
CAPITOLO VI

Good evening.

Good evening ladies and gentlemen and welcome to Earl’s Court.

My name is Gary Yudman and we are going to have a great show this evening.

The band is backstage and will be ready to go in just a few minutes.

Before the show begins the house management would like to request just a few things.

First, please no fireworks.

Also, no flash cameras.

And any unauthorized audio or video equipment found being used may be confiscated. So please save yourself a lot of hassle.

Well I think the band is almost ready to go now.No, no. Not quite yet.One thing I would like to point out.

Upon completion of the show tonight…
Come al solito io e Marco a questo punto tiriamo una fanta-chitarrata, da veri campioni di Air Guitar.

L’intromissione a dir poco irruenta di Roger Waters, zio David e gli altri, che zittisce e surclassa il noioso presentatore ci ha sempre gasato.

Concerto -The Wall-. 1981. Pink Floyd. 

Alle prime note di In the flash? ci ricomponiamo. Io mi lascio cadere sul divano e Marco va ad aprire una bottiglia di vino.

-Apriamo il Malbec?-

-Ti ho detto di no!- salto in piedi. -E’ una bottiglia con i controcazzi. La berrete tu ed Hanna. Apri del Merlot di Tassodine!-

-Ma dai! Me l’hanno regalato dei rivenditori a Bueno Aires. In cantina ho un sacco di bottiglie. Apro!-

Marco ha dei bicchieri da vino di quelli giusti. Quando viene da me gli rifilo vetro delle peggiori osterie balcaniche.
Mamma loves her baby

And daddy loves you too
Messaggio di Whatsapp. Controllo. Smorfia.

-Sei andato a correre questa mattina?- chiede Marco appoggiando un piattino con biscotti danesi sul tavolino. Praticamente una panetta di burro, con l’ingrediente segreto: burro.

-Ovvio…-

-Quanti km?- 

-25…-

No dark sarcasm in the classroom

Altro messaggio di Whatsapp. Afferro nervosamente il cellulare che schizza come una Palmolive fra le nubi della doccia. Con un tuffo degno dell’indimenticato Piotti, portierone orobico 84-85, lo prendo al volo e mi ricompongo.

-Senti Luca…- dice Marco versando un secondo bicchiere di Melbec ad entrambi.

-So che è un periodo difficile. Ma è ora che ti dai una mossa. Sono passati tre mesi…-

Annuso il vino. Il profumo è potente, passionale. Denso. C’è tutta l’Argentina.

-Questo Melbec è eccezionale. ECCEZIONALE.-

Mother do you think they’ll drop the bomb

Mother do you think they’ll like the song

Marco prende sigarette ed accendino ed esce sul terrazzo. Il monte Canto, in febbraio, è un sui nastri di partenza. Si può sentire l’anima della natura che sta lavorando nei bassifondi, per l’esplosione che verrà. 

Ancora qualche settimana, piccolo mio.

Recupero tabacco, filtro e cartina e lo raggiungo, a testa china.

-Marco, io ti ringrazio. Ma ti assicuro che ho la situazione totalmente sotto c..-

Gli occhi di Marco si gonfiano, mentre fa un tiro profondo alla Marlboro Light. Soffia fuori nervosamente in fumo e mi indica.

-Sotto controllo un cazzo Luca! Un cazzo! Guardati! Guardi un secondo sì e l’altro pure il telefono! Fai 100 km a settimana di corsa, non esci, non chiami. Sei un vegetale!-

Did you see the frightened ones?

Did you hear the falling bombs?

Un cane abbaia. Qualcuno chiude la basculante di un garage. Un allarme suona in lontananza.

Rientriamo e mi verso un altro bicchiere. Non sento né profumi, né Sud Americhe. Potrebbe essere vino di Concorezzo.

-Ho visto Lia e Max giovedì.-

-Cos..cof!cof!- Mi ingozzo all’istante.

-E non mi dici nulla?! Ora tu ti siedi e mi racconti tutto, tutto!-

Marco prende un biscotto olandese, e se lo ficca interno in bocca, che si impasta come una betoniera mal servita.

-C’è poco da dire Luca…mmmhh…e poi chi ti vede o sente più..mmhhmmhh..-

Marco inghiottisce, ma il panetto di burro non desiste. Un sorso importante di Melbec dà la mazzata finale. Knock-out.

-Lia mi ha detto una cosa che non ti farà piacere. Vuoi altro vino?-

-No che non voglio altro vino. Voglio che parli!-

-Elisa…-

Mi alzo in piedi e mi porto a pochi centimetri dal suo viso. 

-Elisa che?-

-Elisa sta per partire.-

-Partire? Ma fammi il piacere. E sentiamo, dove andrebbe?-

Il frigo rumoreggia. Arriva un altro messaggio di Whatsapp. 

-A Santiago. Elisa va a Santiago.-

Alzo un sopracciglio.

-Santiago del Cile?-

Goodbye Blue Sky

Goodbye
CAPITOLO VII
-E questa è la Compostela.-

La signora Luciana blocca di colpo il roteare del cucchiaino.

-No. Questa è la Credenziale…-

Mi tiro una manata alla fronte.

-C..Certo! Volevo dire..la Credenziale! Buono il caffè, davvero!-

La signora Luciana ha la cadenza spagnola. Anni di volontariato come hospitalera sul Cammino e frequenti viaggi in Argentina, per incontrare figlia e nipotini là trasferiti, hanno fatto di questa splendida settantacinquenne un’andalusa ad honorem.

-Qui ti farai mettere i timbri man mano avanzerai verso Santiago e, una volta arrivato (se ci arriverai) ti consegneranno la Compostela. E’ un documento in latino che attesta il tuo pellegrinaggio.-

E’ un po’ mamma severa, e un po’ nonna dolce.

Vedova da qualche anno, le se inumidiscono gli occhi quando parla del marito, compagno di tanti cammini.

-Questo lo so! Mi sono documentato, sa?-

-Sarà…ma sei convinto di partire? Ottocento km non sono uno scherzo. Sai quanti aspiranti pellegrini sono venuti a casa mia, per poi sapere che avevano rinunciato alla prima difficoltà?-

L’appartamento, in centro a Monza, è accogliente e costellato di immagini sul Cammino. 

La signora Luciana ha fatto sua una missione meravigliosa: è la referente per chi desidera ritirare la credenziale della Confraternita di San Jacopo nella Brianza. Maneggia smartphone e scrive mail meglio di molti storditi ragazzotti universitari. Ha intenzione di partire presto per l’ennesimo Cammino, seppur il suo medico non sia per niente d’accordo. Un mito.

-Senta- dico prendendo dal portafogli una banconota e inserendola nel barattolo delle offerte destinate agli albergues gestiti dalla Confraternita in Spagna. 

-Devo ammettere che fino a qualche settimana fa non sapevo neppure cosa fosse il Cammino di Santiago.- Piego la Credenziale e la infilo nel borsello.

-Le assicuro, comunque, che ho un buon motivo per intraprenderlo. E difficilmente mollerò.-

Il gatto sale sul tavolo, e si siede quieto in mezzo a noi.

-Tutti hanno un motivo per partire. Suona un campanello, e si è già in cammino. Hai deciso che percorso seguirai?-

Gonfio il petto, come a scuola, quando il professore poneva la domanda sulla quale eri meglio preparato.

-Farò il Francese. Partirò da San Jean Pie de Port.-

La signora Luciana sorride, e mi accarezza la mano.

-Bene. Vedo che in fondo qualche idea chiara ce l’hai.-

Il gatto si stira. Forse è il suo modo di comunicare che ha fame.

-Certo. Lei è partita da lì.-

-Lei chi?-

-Lei, il motivo.-

CAPITOLO VIII
-Bayonne. Cazzo, sono ancora a Bayonne.-

Mi sento Martin Sheen in una delle scene iniziali di Apocalips now. Apro con due dita le persiane della camera più standard che esiste e spio fuori.

Non vedo però cappelli di paglia, militari per le strade e focolai sparsi. Non sento nemmeno colpi di artiglieria.

Scorgo soltanto una periferia di questa cittadina francese sul confine spagnolo. Qualche ciminiera e parcheggi desolati devono bastare alla mia fantasia. Certo che il primo impatto con questa avventura me l’ero immaginato diverso.

Vorrà dire che la prossima volta farò più attenzione, e non prenoterò un hotel nella zone artigianal. In Francia significa zona industriale.

Domani mattina dovrò svegliarmi alle quattro e camminare per quindici km fino alla stazione.

Da lì prendere il treno per San Jean Pie de Port, e poi potrò dichiararmi ufficialmente pellegrino. Sempre che questi vestiti lavati alla bell’e meglio e appesi senza logica alcuni su questa finestra asciughino. E che un magnaccia che utilizza come base questo hotel non mi faccia finire in un bagagliaio.

La giornata è stata intensa. L’arrivo alla stazione di Milano Porta Garibaldi è stato più problematico del previsto. La mattina fresca e gli occhi assonnati miei e di Cristiano non hanno agevolato la ricerca.

Non dimenticherò la gentilezza di Cristiano. Si è offerto di accompagnarmi, rinunciando ad un dolce risveglio fra le braccia della sua nuova ragazza. 

Dove sei Elisa? Riuscirò a trovarti?

Lia non ha aperto bocca. E il contatto su Facebook è stato disabilitato. 

L’unica cosa certa è che ha qualche giorno di vantaggio.

E che questo è un hotel di zoccole.

CAPITOLO IX
E’ stata dura. Epica.

Lo zaino è stato sicuramente imbottito di mattoni pieni notte tempo dal magnaccia. Le mani gelide faticano a girare una sigaretta.

Però ce l’ho fatta.

Ad arrivare in stazione. Porcaccia.

Quindici km gratis. Siamo in vena di regali. Qualcuno ha bisogno che vada in farmacia? A far la spesa? Ecco cosa farò quando tornerò. Andrò nell’ufficio del mio capo, e sfidando i suoi occhi iniettati di sangue per questi due mesi di aspettativa, gonfierò il petto, appoggerò lo smartphone sulla sua scrivania e dirò:

-Ho creato una startup. Sto facendo crowdfunding.-

Lui alzerà il sopracciglio e si gratterà la pancia. 

-Si chiama IMulo.-

Il trenino per San Jean è di quelli che finiscono nei romanzi di inizio novecento. Si inerpica fra colline di alberi verdissimi. Mi affascina questo confine franco-spagnolo. Apparentemente sono culture che non si assomigliano affatto, e la consueta sfumatura che accompagna il viaggiatore che attraversa confini qui non emerge. 

Macchie. Degli uni e degli altri.

Il barista sul treno? Francesissimo. Baguette sotto l’ascella eccetera eccetera.

Il ragazzo seduto in fronte a me, che attacca bottone per via della conchiglia appesa al mio enorme zaino? Tipico torero. Ha fatto colazione con sangria e paella. Giuro.

Si aprono le porte.

I primi passi sulle strade di San Jean sa di primo giorno di scuola. Decine di pellegrini si portano dalla stazione al centro del paese.

Zaini nuovi di pacca. Scarpe nuove di pacca. 

Piedi nuovi di pacca.

Arriveranno a Santiago logori, puzzolenti, sanguinanti. Ma, per ora, sono un foglio bianco.

Il centro è storico, medioevale. Francese. Sembra di essere nel film -Chocolat-.

Sono accompagnato da tre donne americane. Credo siano zia e nipoti. Sono state le prime persone con le quali ho scambiato l’augurio -Buen Camino.- Da una parte è stato emozionante. Riflettendoci, poi, forse un po’ troppo scolastico. Ho studiato bene, prof, vede?

Sono già le dieci del mattino e questa prima tappa è già una preoccupazione. Dovrò arrivare a Ronciscalle, seguendo quella che è definita una tappa dura e lunga.

Il dubbio atroce è: fermarsi ad Orisson, dopo solo otto km o proseguire fino a Roncisvalle, rischiando di arrivare con il buio e sfinito?

In saccoccia ci sono già i quindici Km della zone artigianal. Complimenti Luca.

Non avendo assolutamente idea di cosa mi aspetti e di quali siano le abitudini di un buon pellegrino sono totalmente indeciso su come gestire la fase alimentazione.

Mangio ora? Compro qualcosa? Finirò forse in un bosco tallonato da un branco di lupi?

Barrette energetiche? Frutta? Un fucile?

Alla fine entro in un negozietto a caso. Ci sono brioches enormi. Le preferite di Obelix.

Sbaglio completamente l’approccio con la signora Emilie (si chiama sicuramente così) ed esco con una baguette di un metro (che infilo piagata in due nella zona ciabatte&utensili dello zaino) e una mezza forma di formaggio, certamente ottenuto da latte di capre bretoni dal pelo fulvo.

Dopo essermi ricordato che non mangio seriamente formaggio da anni, lascio perdere momentaneamente il testamento e mi dirigo all’Ufficio del pellegrino.

In questo importante ufficio i pellegrini-nipoti(vedi -Servizio militare in Italia: gerarchie. Garganti. 1984- ndr) ricevono la Credenziale, informazioni e mappe sul cammino che stanno intraprendendo. E’ carino e suggestivo.

Ci sono suppellettili ed arazzi. Statue di San Giacomo. Quadri con diciture in latino.

E due anziani.

Senza un Pc.

Mi anticipano le ragazze americane. Alla fine mi hanno convinto: anch’io mi fermerò ad Orisson. 

Ma certo! Star qui ad ammazzarsi, e perché? Avrò tutto il tempo di recuperare, e poi sono già le 11. Da che mondo e mondo si parte per camminare alle 11?!

-Quindi ci vediamo fra otto km ragazze…Ah…avevate prenotato? Dagli USA? Due mesi fa? Sigh.-

Dei due vecchi a me tocca il burbero. Non alza nemmeno lo sguardo e mi porge mappa e credenziale. Mostro orgoglioso la mia, della Confraternita San Jacopo, che al confronto pare un panettone artigianale di fronte ad un plumcake della Lidl.

Ritira la sua plasticosa credenziale e bisbiglia qualcosa tipo -Next!-

Non mollo la sedia e spiego in inglese che gradirei prenotare per Orisson. L’occhialuto pensionato, che non sbiascica una parola che non sia in SanJeanese, ora mi fissa. Complimentoni alla Proloco per l’ottima scelta. Prossima mossa un cacciatore ad un raduno di nazi-veg?

Ripeto la mia necessità. Sempre fissandomi mi porge un foglietto con scritto a biro il numero di telefono dell’albergue. Non riesco a credere che sia la stessa persona che, sette minuti prima, faceva il provolone con le americane. Quando vuole lo Zeman dei Pirenei parla anche l’egizio antico.

Esco dall’ufficio e chiamo l’albergue. Dall’altra parte della linea sento confusione, baccano, maleducazione e fretta. Troppa fretta.

Alla domanda secca -Allora, lo vuoi questo letto o no?- guardo l’orologio, la montagna e tocco la conchiglia. Non è una conchiglia di plastica, come quella che molti hanno comprato qui a San Jean.

E’ una capasanta regalatami da Marco.

-Sei sicuro di partire?- -Sì, almeno credo-

-Lei potrebbe avere troppo vantaggio, lo sai vero?- -Può darsi. Ma ho buone gambe.- Sorrisi mentre accarezzavo la conchiglia.
-Allora, lo vuoi questo letto o no?-

-No.- Rispondo.

Tiro il fiato e mi incammino. Era questo il mio inizio? Il mio battesimo? Va bene Cammino. Io ci sto. 

Aumento il passo deciso, con il vento in faccia.

Una voce lontana echeggia.

-Peregrino! Peregrino!!- 

Mi giro, figurandomi un viandante autentico. Peccato non avere una sacca di stomaco di pecora con del vino dentro. Sorrido al sole.

-Sì?-

-Es el camino equivocado. Por aqui!-